Roberto Sassi

La determinazione alla base del talento: Dani Alves si racconta

Voglio iniziare raccontandovi un segreto. A dire il vero, in quest’articolo vi svelerò diversi segreti, perché credo che la gente mi fraintenda spesso. […]

Prima di andare alla Juventus, ho fatto una promessa ai dirigenti del Barcellona, e ho detto “sentirete la mia mancanza”.

Non come giocatore, il Barcellona ha molti campioni, ma volevo dire che avrebbero sentito la mia assenza nello spogliatoio, e tutto il sangue e il sudore che ho versato per quella maglia.

Giocare contro il Barcellona nei quarti di Champions League è stato strano, specialmente al Camp Nou, dove mi sentivo a casa. Appena prima del fischio d’inizio sono andato a salutare i miei vecchi amici in panchina, che mi hanno detto “siediti con noi! Ti abbiamo tenuto il posto!”. Stavo stringendo la mano a tutti quando, all’improvviso, ho sentito il fischio dell’arbitro. Sono corso verso il terreno di gioco, e ho sentito il mio vecchio allenatore, Luis Enrique, che se la rideva dalla panchina.

Divertente, vero? Quella partita, tuttavia, non è stata affatto divertente. Non per me. La gente mi vede e dice “Dani scherza sempre, sorride sempre, non è una persona seria”.

Vi svelerò un altro segreto: prima di affrontare i migliori attaccanti del mondo, Messi, Neymar, Cristiano Ronaldo, studio i loro punti di forza e le loro debolezze in maniera ossessiva, e pianifico come attaccarli. Il mio obiettivo è dimostrare al mondo che Dani Alves è al loro stesso livello. Potranno anche superarmi in dribbling un paio di volte, certo, ma io li attaccherò a mia volta. Non voglio essere invisibile. Voglio la ribalta. Anche a 34 anni, dopo 34 trofei, mi sento ancora di dover dimostrare qualcosa.

Ma questo è un sentimento molto più profondo.

Prima di ogni partita ho una routine. Mi metto davanti allo specchio per cinque minuti, e mi concentro. Ed è allora che nella mia testa inizia un film, il film della mia vita.

Nella prima scena, ho 10 anni. Dormo su un letto di cemento nella mia casetta a Juazeiro, in Brasile. Il materasso è sottile quanto il mignolo della mia mano, in casa si respira l’odore di terra bagnata, e fuori è ancora buio. Sono le 5 di mattina, il sole non è ancora sorto e io devo andare ad aiutare mio padre nei campi prima di andare a scuola. Io e mio fratello raggiungiamo mio padre nei campi. Lui lavora già, ha una grande cisterna piena di prodotti chimici in spalla, e spruzza il prodotto sulle piante per uccidere i batteri.

Probabilmente io e mio fratello siamo troppo giovani per essere esposti a queste tossine, ma lo aiutiamo comunque. Per ore mi metto in competizione con mio fratello per vedere chi lavora di più, perché alla fine del turno di lavoro mio padre permette alla persona che lo ha aiutato di più di usare la nostra unica bicicletta. Se non vinco la bicicletta, devo farmi 20 km a piedi per andare a scuola. Al ritorno è ancora peggio perché se non corro, non arrivo in tempo per la partitella tra amici. E se vinco la bicicletta? Beh, se vinco posso abbordare le ragazzine. Posso offrire loro un passaggio fino a casa. Per 20 km, sono io il migliore, sono io che comando.

Allora lavoro, e lavoro tanto. Guardo mio padre prima di andare a scuola, ha ancora la cisterna sulle spalle e ha una giornata piena di lavoro davanti a sé, oltre che un turno di notte al bar per guadagnare qualche soldo in più. Da giovane era un calciatore fortissimo, ma non aveva soldi per andare in una grande città e farsi notare da qualche scout. Vuole però che io abbia questa opportunità, anche a costo di morire.

Lo schermo diventa nero.

Ora è Domenica, e stiamo guardando una partita di pallone sulla nostra tv in bianco e nero. L’antenna è avvolta da lana d’acciaio per cercare di captare il segnale della città, molto lontano dalla nostra campagna. Per noi è il giorno più bello della settimana, la casa si riempie di gioia.

Lo schermo diventa nero.

Ora mio padre mi sta accompagnando in città con la sua vecchia macchina, perché ho un provino con degli scout. La macchina è malandata, e ha solo due marce: lento, e più lento. Sento l’odore del fumo.

Mio padre non si arrende mai. Non devo arrendermi nemmeno io.

Lo schermo diventa nero.

Ora ho 13 anni, e sono in una scuola calcio per ragazzi in una grande città, lontano dalla mia famiglia. Ci sono 100 ragazzini in un piccolo dormitorio…è un po’ come una prigione. […] Ci alleniamo tutto il giorno, e sto morendo di fame, non c’è abbastanza cibo per tutti. Qualcuno mi ha rubato la divisa, mi manca la mia famiglia e non sono affatto il giocatore migliore qui. Su 100, io forse sono il 51esimo per talento. Allora mi riprometto una cosa, e dico a me stesso “non tornerai nei campi fino a quando non renderai orgoglioso tuo padre. Forse sei il 51esimo in quanto a talento, ma sarai il primo o il secondo per determinazione. Sarai un guerriero. Non tornerai a casa, accada quel che accada”

Lo schermo diventa nero.

Ora ho 18 anni e sto per dire una delle poche bugie che ho detto nella mia carriera da calciatore. Gioco per il Bahia nel campionato brasiliano, quando un talent scout si avvicina e mi dice “Il Siviglia è interessato e vorrebbe tesserarti”

“Siviglia!! Fantastico!!!” dico.

Lo scout risponde “Sai dove si trova Siviglia?”

e io ribatto in tutta sicurezza “Certo che lo so, Siviiiiiiiiiiigliaaaa. Stupendo”

Non ho idea di dove * si trovi Siviglia. Può essere pure sulla luna, per quanto mi riguarda, però il modo in cui pronuncia il nome lo fa sembrare importante, per cui mento.

Qualche giorno dopo, inizio ad informarmi, chiedo in giro e mi dicono che il Siviglia gioca contro il Real Madrid e il Barcellona. In portoghese abbiamo un’espressione per descrivere momenti come questo.

“Agora” dico tra me e me.

Bang. Ora. Andiamo.

Lo schermo diventa nero.

[…] Quando inizia la stagione, l’allenatore spiega a tutti che qui, al Siviglia, la difesa non deve superare la linea di metà campo. Mai.

Gioco qualche partita, passo la palla ai miei compagni di reparto, e fisso quella linea. La fisso come un cane che ha paura di attraversare un recinto invisibile. Poi, durante una partita, non so come, mi lascio andare. Devo essere me stesso.

“Agora”.

E allora vado. Attacco, attacco, attacco.

È una sensazione magica. Dopo quella partita, l’allenatore mi dice “Ok Dani, nuovo piano: qua al Siviglia tu attacchi”.

In poche stagioni passiamo da essere un club in zona retrocessione a sollevare la coppa UEFA due volte.

Lo schermo diventa nero.

Mi squilla il telefono. È il mio procuratore.

“Dani, il Barcellona ti vuole”

Questa volta non devo mentire. So esattamente dov’è Barcellona.

Questo è il film che vedo nella mia testa quando mi metto davanti allo specchio, prima di ogni partita. Alla fine, prima di tornare nello spogliatoio, penso sempre la stessa cosa: "Sono venuto fuori dal nulla. Ora sono qui. È surreale, ma sono davvero qui."

Quando avevo 18 anni, mi sono trasferito dall’altra parte dell’oceano per l’opportunità di giocare per una squadra che giocava contro il Barcellona, e poi ho avuto l’onore di giocare per il Barcellona. È stato incredibile. Ho avuto la possibilità di assistere a dei veri geni. […]

Quella squadra era quasi imbattibile. Giocavamo a memoria, sapevamo già cosa fare, senza neanche bisogno di pensare.

Ecco perché, ancora oggi, il Barça è nel mio cuore.

Ecco perché, quando abbiamo battuto il Barcellona ai quarti, sono andato da mio fratello Neymar e l’ho abbracciato. Lui piangeva, e una parte di me voleva piangere insieme a lui.

Immagino che vi stiate chiedendo perché vi sto raccontando questi segreti. La verità è che ho 34 anni, non so per quanto ancora giocherò, forse due o tre anni, per cui lo sto facendo perché sento che la gente non mi capisca, e non capisca la mia storia.

Quando sono arrivato alla Juve, è stato come andarmene di nuovo di casa. L’ho fatto quando avevo 13 anni, quando sono andato a scuola calcio. L’ho fatto a 18 anni, quando sono andato in Spagna. E l’ho fatto di nuovo a 33 anni, quando sono venuto in Italia.

Quando sono arrivato alla Juve, è stato come cambiare scuola. Per tutta la mia vita mi è piaciuto attaccare, e ora mi trovavo in un posto dove difendere era tutto.

Ancora una volta, mi sono sentito come il cane in giardino, con un recinto invisibile davanti.

Vado o non vado?

Non sono andato. All’inizio della stagione, volevo che i giocatori della Juve capissero che rispettavo la loro filosofia, e la loro storia. Quando ho capito di aver guadagnato il loro rispetto, solo allora, ho deciso di far vedere loro i miei punti di forza.

Un giorno ho fissato la linea di metà campo e mi sono detto “…vado?”

Bang. Agora.

Attacco, attacco, attacco. (Ok, anche un po’ di difesa, altrimenti Buffon mi urla contro).

A volte penso che la vita sia un cerchio.

Vedete, proprio non riesco a sfuggire a questi argentini. Al Barça avevo Messi, alla Juve ho Dybala.

Il genio mi segue ovunque io vada, lo giuro.

Un giorno, durante un allenamento, ho visto in Dybala qualcosa che vidi anche in Messi anni fa. Non era solo il dono del talento puro, quello l’ho visto tante volte nella mia vita…era il dono del talento puro accompagnato dalla voglia di conquistare il mondo.

Al Barça giocavamo a memoria.

Alla Juve è diverso. È la mentalità del gruppo che ci ha portato in finale di Champions. Quando l’arbitro fischia l’inizio della partita, troviamo un modo di vincere, sempre. Vincere non è solo un obiettivo qui alla Juve, è un’ossessione. Non ci sono scuse che tengano.

Questo sabato ho la possibilità di vincere il 35esimo trofeo in 34 anni di vita. È un’opportunità speciale per me, e non ha nulla a che vedere con i dirigenti del Barcellona, non devo dimostrare loro che hanno sbagliato a lasciarmi andare. So che non lo ammetteranno mai.

No, non è questo il punto.

Vi ricordate quando vi ho raccontato della mia promessa quando ero alla scuola calcio in Brasile? Quando mi sono detto che non sarei tornato a casa se non avessi reso orgoglioso mio padre?

Bene, mio padre non è un uomo che lascia trasparire emozioni. Non ho mai saputo se lo avessi reso orgoglioso oppure no. Durante la maggior parte della mia carriera lui è rimasto in Brasile. Nel 2015 però era a Berlino e mi ha visto vincere la Champions League di persona, per la prima volta. […] Mi ricordo quando ho passato il trofeo nelle mani di mio padre, e ci siamo messi entrambi in posa per una foto. Mi ha detto una frase in portoghese, una frase che contiene una parolaccia quindi non la tradurrò parola per parola, ma disse “Mio figlio è il migliore ora”. E volete sapere una cosa? Piangeva come un bambino. È stato il momento più bello della mia vita.

Sabato avrò la possibilità di vincere un’altra Champions League contro un avversario che conosco bene. Come sempre, studierò ossessivamente Cristiano Ronaldo.

Come sempre, andrò davanti allo specchio prima della partita e rivivrò lo stesso film nella mia testa.

Lo schermo diventerà nero, e io ricorderò queste cose…

Il mio letto di cemento.

L’odore di terra bagnata.

Mio padre con la cisterna sulle spalle.

I 20 km per andare a scuola.

“Certo che so dov’è Siviglia”.

Last modified on Venerdì, 02 Giugno 2017 21:48