Roberto Sassi
L'Angolo di Enrico Arcelli

L'Angolo di Enrico Arcelli (2)

Il decalogo del preparatore atletico nel calcio

Riportiamo oggi il decalogo del preparatore atletico nel calcio secondo ARCELLI-BORINO, originariamente pubblicato in "La preparazione atletica sul campo di calcio". Buona lettura!

  1. Il preparatore atletico che ritiene di sapere già tutto e che non cerca costantemente di apprendere e di evolversi, forse è già un ex-preparatore atletico.
  2. Il preparatore atletico di sicuro insuccesso è colui che nel corso del campionato fa lavorare poco i giocatori nel corso della settimana perché vuole che la domenica siano freschi e brillanti. Ai fini del rendimento globale nel corso del campionato, è molto meglio che scenda in campo un giocatore non al massimo dell’efficienza teorica, ma che abbia lavorato, piuttosto che uno che sia molto brillante per il fatto di avere riposato. Questa regola ha una sola eccezione: l’ultima partita della stagione; anzi, no: l’ultima partita della carriera.
  3. Il preparatore atletico che – anche quando ritenga che un certo lavoro sia molto utile – non lo utilizza perché pensa che non sia gradito ai giocatori, in genere non è stimato né dai giocatori stessi, né dall’allenatore.
  4. Il preparatore atletico che afferma che i giocatori non hanno voglia di fare fatica, di solito non crede che la preparazione atletica sia davvero utile e, magari inconsciamente, ha trasmesso ai giocatori la sua convinzione che “l’unica cosa che conta è buttare la palla nella porta”.
  5. Il preparatore atletico che a fine marzo sostiene che, con l’arrivo della primavera, è il caso di ridurre il lavoro, spesso è anche colui che a fine aprile afferma di non capire come mai la sua squadra sia tanto calata di efficienza.
  6. Quanto più si è lavorato per allenare una certa qualità fisica, tanto più si deve continuare a lavorare per mantenerla allo stesso livello. Il preparatore atletico che smette di allenare una certa qualità perché i test (o le osservazioni sul campo) assicurano che sono stati raggiunti ottimi livelli di essa, ignora che spesso ci vuole meno tempo ad avere una riduzione di una certa qualità che per ottenere, attraverso l’allenamento, un suo miglioramento.
  7. La prima caratteristica di colui che potremmo definire “analfabeta dell’allenamento” è quella di ritenere che un tipo di lavoro atletico sia tanto maggiormente efficace quanto più somiglia alla competizione, nel nostro caso a quello che si compie in partita. L’utilità o meno del lavoro atletico, in realtà, si valuta in base al fatto che sia in grado o meno di determinare adattamenti utili per la prestazione fisica durante la partita e soprattutto di “avvicinare” lo stesso tipo di corsa (quantità e qualità) nel secondo tempo simile a quella effettuata nel primo tempo della partita.
  8. Chi afferma che il lavoro per la potenza aerobica (quello che davvero la migliora) rende lento il giocatore, di solito non ha mai usato il lavoro per la potenza aerobica. Non ha mai usato, invece, il lavoro per la capacità lattacida (quello che aiuta a smaltire rapidamente il lattato prodotto) chi afferma che tale tipo di lavoro toglie rapidità. Quello che soprattutto fa peggiorare una certa qualità fisica, assai più del fatto di allenarne un’altra antitetica, è non allenarla per niente o non allenarla nella maniera corretta.
  9. Tra due mezzi di allenamento che non sono altrettanto efficaci nell’allenare una certa qualità atletica, nella maggior parte dei casi è meglio scegliere quello che determina gli adattamenti maggiori. Tra due mezzi parimenti efficaci nel migliorare una certa qualità, è meglio scegliere quello che ha minori “effetti collaterali”. Vanno sempre utilizzati con molta attenzione e con molte precauzioni i mezzi che aumentano i rischi di infortunio. Se un certo mezzo di allenamento ha un “effetto collaterale”, non si deve necessariamente eliminarlo dal programma di lavoro quando da esso si può ricavare un vantaggio difficilmente ottenibile con un altro mezzo, ma è semmai il caso di aggiungere quei lavori grazie ai quali tale “effetto collaterale” è minimizzato o eliminato del tutto.
  10. Il preparatore atletico più fortunato non è quello che collabora con un allenatore che dà carta bianca (ossia gli consente di lavorare come vuole con i giocatori), ma con quell’allenatore che ha buone conoscenze di base sulla preparazione atletica, si rende conto di non saperne quanto uno specialista e che discute con il preparatore atletico per trovare la migliore coordinazione fra il lavoro tecnico-tattico e quello fisico.
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Per il Dottore

Cari Amici,

Francesca Arcelli, la figlia maggiore del Dottore, mi ha chiesto la cortesia di contattare il maggior numero di persone che hanno collaborato con Enrico e porre loro la seguente domanda, che vi giro integralmente:

Vorrei che rispondessero per iscritto, magari con carta e penna, alla domanda "perché alla scienza e allo sport manca il dott Enrico Arcelli?" Qualificandosi poi con nome e il ruolo nel campo in cui operano.

Vi prego, oltre che a scrivere quanto chiede, di estendere questa richiesta anche ad altri amici/colleghi del Dottore con cui siete in contatto di cui io non ho i recapiti. Questa è la mail di Francesca per chi volesse risponderle direttamente: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Vi ringrazio molto,
Roberto

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